Il report globale Semperis svela la deriva psicologica delle cyber estorsioni: in Italia l’84% degli attacchi usa l’IA e punta alle identità digitali.
di Redazione —
I cybercriminali stanno cambiando pelle grazie alle nuove tecnologie e l’ultimo 2026 Ransomware Risk Report di Semperis, azienda leader nella cyber resilience, fotografa una realtà inquietante. Le tradizionali richieste di riscatto per sbloccare i dati aziendali cifrati stanno lasciando il posto a una spietata evoluzione psicologica: l’uso offensivo del binomio tra ransomware, un tipo di malware che blocca l’accesso a un dispositivo o cifra i file dell’utente, chiedendo il pagamento di un riscatto per ripristinarli e intelligenza artificiale, sta scatenando un’ondata di minacce fisiche e personali contro i dipendenti delle aziende colpite e i loro familiari.

Lo studio rivela che nel 25% degli attacchi globali i criminali informatici ricorrono a forme di pura intimidazione psicologica. Nel 53% dei casi le minacce vengono messe in atto. I numeri descrivono dinamiche da thriller:
- Il 23% delle vittime o dei loro familiari ha subito episodi di swatting, false denunce per provocare raid armati delle forze dell’ordine a casa.
- Il 25% ha dovuto richiedere supporto medico o psicologico post-attacco.
- Il 24% si è visto costretto ad assumere servizi di sicurezza privata per proteggere la propria incolumità.
Mickey Bresman, CEO di Semperis, spiega come si sia passati dalla semplice cifratura del dato alla doppia estorsione, furto e minaccia di pubblicazione, fino alle attuali pressioni personali estreme ideate per costringere le aziende a pagare i riscatti: «I criminali informatici evolvono continuamente le proprie tattiche. Quando è iniziata la prima ondata di attacchi ransomware, l’obiettivo principale era la cifratura dei dati. Poi, con la diffusione dei sistemi di backup e ripristino, che hanno permesso alle aziende di resistere maggiormente alle richieste di riscatto, abbiamo assistito alla nascita della doppia estorsione. Alla cifratura si sono aggiunti il furto dei dati e la minaccia di divulgarli o venderli. È quindi naturale aspettarsi che gli attaccanti continuino a cercare nuove forme di pressione per costringere le vittime a pagare.».

I dati relativi al nostro Paese confermano l’alto livello di esposizione delle infrastrutture nazionali. Tra le organizzazioni italiane intervistate, già colpite da ransomware negli ultimi 12 mesi:
- L’84% degli attacchi ha sfruttato l’intelligenza artificiale come arma offensiva.
- Il 72% ha subito attacchi diretti basati su IA e ben l’83% ha visto i propri agenti IA aziendali usati contro l’azienda stessa.
- Il 41% ha segnalato intimidazioni psicologiche mirate e il 63% ha subito episodi di doxxing, diffusione online di dati personali e privati di dipendenti o parenti.
Oltre al fattore umano, il vero bersaglio strutturale dei cybercriminali sono i sistemi di gestione delle identità digitali, considerati la porta d’accesso all’intera rete aziendale. Quasi il 75% degli attacchi ransomware andati a buon fine ha sfruttato i sistemi di identità, con il 75% delle offensive italiane focalizzato contro Microsoft Entra ID. Nonostante la gravità della minaccia, la capacità di risposta delle imprese è gravemente insufficiente: solo il 50% delle aziende possiede backup specifici per le identità e meno della metà ha automatizzato le procedure di ripristino. Addirittura, il 60% dei piani aziendali di disaster recovery non prevede alcuna procedura dedicata per far ripartire i sistemi di identità, lasciando le attività in balia del blocco totale.

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