In attesa del momento di profonda Memoria e riconoscimento storico per la città di San Severo, quando, venerdì 12 dicembre, alle ore 11:00, in Via Palmento, 3, verrà scoperta una targa commemorativa dedicata ai fratelli Vincenzo e Paolo Villani, entrambi Internati Militari Italiani (I.M.I.) nei lager nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, abbiamo posto alcune domande alla nipote Marina, dei due militari sanseveresi.
di Piero Mastroiorio —
Con l’apposizione della targa, in Via Palmento, n. 3, l’abitazione in cui vivevano i fratelli Vincenzo e Paolo Villani, i due militari sanseveresi internati nei lager nazisti, si renderà il luogo un simbolo della loro vita spezzata dalla deportazione e del loro coraggio.

Vincenzo Villani (San Severo, 25/05/1923 – Monaco di Baviera, 12/07/1944) Chiamato alle armi l’8 gennaio 1943, fu destinato al 1° Reggimento Genio Ferrovieri di Castelmaggiore (BO) e successivamente inviato in Grecia, ad Atene. Fu catturato dai tedeschi il 9 settembre 1943, nei pressi di Corinto. Deportato in Germania, venne internato nello Stalag VII A – Moosburg, a nord di Monaco di Baviera, schedato con il numero 117853 e costretto al lavoro coatto. Morì il 12 luglio del 1944 a Monaco di Baviera per incursione aerea, a soli 21 anni. Tuttora giace, Milite Ignoto, nel Cimitero Militare d’Onore Italiano di Monaco di Baviera. La sua famiglia venne informata della sua morte un anno dopo, da un soldato tornato dalla prigionia.

Paolo Villani (San Severo, 13/10/1924 – San Severo, 27/12/1950) Chiamato alle armi il 31 agosto 1943, fu destinato al 14° Reparto Artiglieria di Treviso. Venne catturato dai tedeschi l’11 settembre 1943 e deportato in Germania. Di lui non si seppe nulla per circa due anni. Dopo la liberazione, nel maggio del 1945, rimpatriò, impiegando un mese per arrivare a San Severo. Raccontò di essere stato internato a Kustrin – Stalag IIIC, ai confini tra Germania e Polonia, a est di Berlino. Completamente debilitato e stremato dalla prigionia, morì a San Severo il 27 dicembre 1950, a soli 26 anni, per i postumi delle sofferenze subite nei lager.
In attesa dell’evento di venerdì 12 dicembre, che ricorderà il loro sacrificio e la loro fedeltà ai valori della Patria, abbiamo posto alcune domande alla professoressa Marina Villani, nipote dei due militari sanseveresi.
Quali sono i primi ricordi o racconti di famiglia che ha sentito su Paolo e Vincenzo Villani e sulla loro esperienza di internamento?
I primi ricordi sono legati alle due grandi foto che mia nonna aveva sul comò del soggiorno, la stanza in cui trascorreva la maggior parte della giornata, tra lavori domestici e cucina. Davanti alle foto dei suoi figli morti per la Patria non dovevano mai mancare i fiori freschi. Quindi ogni giorno spolverava le foto incorniciate, cambiava l’acqua al recipiente dei fiori e puntualmente si asciugava una lacrima. Raccontava che Vincenzo era morto in Germania e non si sapeva dove fosse sepolto. Di Paolo, morto alcuni anni dopo il rientro dalla prigionia, aveva almeno una tomba su cui piangere. Ricordo che in occasione della processione del Venerdì Santo, quando la statua dell’Addolorata incontrava quella di Gesù flagellato, lei singhiozzava il nome dei figli. Era straziante.
Ci sono oggetti, lettere o fotografie che sono stati conservati e che raccontano qualcosa della loro vita nei lager?
Di Paolo non arrivò mai nessuna lettera. Due anni senza notizie. Vincenzo invece riuscì a spedire alcune comunicazioni che conservo gelosamente. Erano brevi lettere, senza troppi particolari poiché sottoposte a censura tedesca, in cui faceva sapere che stava bene e chiedeva notizie dei suoi cari.
In famiglia si parlava apertamente della loro esperienza dopo la guerra o era un tema difficile da affrontare?
La storia di Vincenzo e Paolo era dolorosa e gli adulti cercavano di proteggere noi bambini da tanta sofferenza. Veniva raccontata come una favola ma c’erano linguaggi non verbali che non potevano essere ignorati, come le lacrime di mio padre davanti ai film di guerra e il lutto che mia nonna portava da decenni. Poi, crescendo, ho cominciato a fare delle domande per cercare di mettere insieme il mosaico delle loro storie ed ho accolto quel dolore profondo e muto che ha segnato la storia della mia famiglia, attraverso le generazioni.

Sa quali episodi della loro prigionia sono stati tramandati?
Paolo, dopo il ritorno, raccontò di episodi relativi alla “decimazione” dei prigionieri. Si trattava di una forma di punizione per atti di disobbedienza, resistenza o per episodi come il furto di un alimento per fame (ad esempio una patata) dal magazzino tedesco. I prigionieri venivano messi in fila e ogni dieci ne veniva fucilato uno. Il terrore era il pane di ogni giorno. La notte dormivano sulla paglia infestata da insetti e pidocchi. L’alimentazione era prevalentemente una brodaglia di bucce di patate che, assieme all’acqua inquinata, spesso provocava dissenterie letali. Vincenzo, prima di morire, non ebbe la possibilità di raccontare molto nelle sue lettere, sottoposte al controllo nazista.
C’è un momento, tra quelli raccontati, che ritiene particolarmente significativo per comprendere il loro coraggio o la loro resilienza?
Mi sono arrivati pochissimi episodi relativi alla loro prigionia. Mi ha sempre colpito una lettera di Vincenzo, che era internato nello stalag VII A a Moosburg – Monaco di Baviera, poi finito al lavoro coatto in un terribile sottocampo di Dachau. Dopo aver appreso dalle lettere dei familiari da San Severo che di Paolo non era mai arrivata alcuna comunicazione dall’inizio della prigionia, rassicurava i genitori che si stava interessando per conoscere il luogo di internamento del fratello. “Per Ninuccio ho preso provvedimento” scrisse un mese prima dell’incursione aerea di cui rimase vittima.
Crede che in qualche modo l’esperienza nei lager nazisti abbia influenzato la loro vita?
La vita di Vincenzo, terminata in prigionia, ha percorso momenti di sconforto e sensazione di abbandono, come testimoniano le parole di alcune sue lettere “…mi sento solo, abbandonato, senza nessuno”, poiché a San Severo non arrivarono le sue prime comunicazioni e la famiglia non sapeva dove si trovasse, né poteva rispondere. Paolo tornò con tanta voglia di ricominciare ma le profonde cicatrici dell’esperienza del lager non lo abbandonarono mai, fino alla morte, avvenuta in giovane età.
Come vive la famiglia il saperli morti in un lager per una guerra, forse, non condivisa?
I sentimenti che albergano nel cuore della nostra famiglia vanno dal dolore alla rabbia per il destino di questi due ragazzi, morti come tanti altri a causa di una guerra non voluta dalla popolazione. Giovani mandati al fronte, senza un addestramento, né un equipaggiamento adeguato. L’unica cosa che ha senso oggi è raccogliere questo dolore familiare e farlo diventare patrimonio della comunità attraverso testimonianze e messaggi di pace.
Che cosa rappresenta per lei, oggi, vedere una targa dedicata ai suoi due zii?
Dopo le pietre d’inciampo, posate alcuni anni fa davanti a palazzo Celestini, la targa commemorativa rappresenta una testimonianza tangibile della loro esistenza. Vincenzo e Paolo hanno abitato in quella casa, nella nostra San Severo che ha pagato un tributo di sangue altissimo attraverso tanti generosi ragazzi che hanno sacrificato la loro vita per la Patria. Ricordarli è una forma di giustizia.
C’è un messaggio che vorrebbe trasmettere alle nuove generazioni attraverso la loro storia?
Alle nuove generazioni vorrei spiegare che la libertà e la democrazia in cui oggi viviamo sono state duramente conquistate grazie ai ragazzi che come Paolo e Vincenzo hanno compiuto scelte coraggiose e altruistiche. Vorrei che il mio esempio possa spronare i giovani a cercare gli Eroi nelle proprie famiglie, così come ho fatto io con i miei zii. Vorrei incoraggiarli ad interrogare gli anziani, vere risorse della comunità, per conoscere le storie di chi ci ha preceduti e si è battuto per gli ideali su cui si basa oggi la nostra Repubblica Italiana.
Se potesse rivolgere una frase o un pensiero a Vincenzo e Paolo, quale sarebbe?
Vorrei ringraziarli per le loro scelte valorose che ci rendono orgogliosi. Vorrei dire loro che ci sono mancati tanto, che la famiglia ha sofferto tantissimo per la loro assenza, che la madre, mia nonna, ha cercato la loro presenza in tutti i sacrari militari, in tutte le manifestazioni per i Caduti, che li ha amati fino all’ultimo giorno della sua vita facendoli vivere tra noi con le loro immagini sempre presenti, i fiori freschi e le preghiere, trasmettendo a noi nipoti questo amore. Vorrei dire loro che guardando quelle foto mi sentivo attraversare dai loro occhi e dalle loro storie, e quegli sguardi mi dicevano che avrei dovuto essere la loro voce e la loro storia, cosa che compresi definitivamente quando uscii miracolosamente illesa da un terribile incidente stradale, un lungo volo con la macchina che finì completamente capovolta, circa vent’anni fa. Era un 12 luglio, la stessa data del bombardamento in cui, molti anni prima, morì zio Vincenzo.

Ufficio: Via Troia, 32 – San Severo
per preventivi o informazioni: fantownservice@tiscali.it

